Saperi e competenze delle Medical Humanities

Le Scienze Umane in medicina sono l’area di indagine che cerca di individuare il punto di incontro e di intreccio tra pratica clinica e medica con le questioni concettuali e etiche che derivano dal contatto tra il sapere medico e il suo ‘oggetto’ di ricerca; sono, dunque, il campo di studio interdisciplinare che integra le scienze biomediche con i saperi umanistici, allo scopo di arricchire la pratica clinica e migliorare la qualità della relazione di cura.

Di fronte all’iperspecializzazione e all’ipertecnicismo della medicina contemporanea, le Scienze umane in medicina intendono recuperare la dimensione narrativa, etica, sociale e culturale della salute, riconoscendo il paziente come un corredo di complessità, frutto del suo essere nei contesti.

La bioscienza e la medicina si muovono all’interno di contesti culturali e sociali che continuamente contribuiscono a plasmare e da cui sono plasmate; la medicina clinica, la storia della medicina, la bioetica, l’antropologia culturale, la psicologia clinica, la filosofia e la storia della scienza, l’igiene e la sanità pubblica, la sociologia della medicina, ma anche gli studi storico-artistici e letterari, incrociando le rispettive competenze, possono contribuire in modo cruciale a leggere, interpretare e indirizzare le politiche socio-economiche della salute, a orientare il dibattito sui diritti umani in tema di salute, prevenzione, cura e assistenza, a spiegare come la cultura interagisca con le esperienze individuali di malattia e con la costruzione del vissuto psicologico che la accompagna.

Le scienze umane in medicina insegnano come la modalità in cui la salute è intesa da differenti culture, società o individui finisca per incidere profondamente non solo sulle modalità concrete con cui la cura medica è erogata in contesti diversi, ma anche sul modo in cui nel quotidiano ciascuno si confronta con l’idea di salute, con le aspettative sulla medicina e sui medici, con i timori e le negazioni che accompagnano il concetto di malattia.

I saperi di riferimento sono diversi: la filosofia, che interroga i fondamenti dell’agire medico; la bioetica, che guida le scelte in situazioni di incertezza morale; la letteratura e la narrativa, che consentono di comprendere le esperienze soggettive di malattia; la storia della medicina, utile a contestualizzare patocenosi e evoluzione dei modelli di cura; le arti visive e performative, per educare lo sguardo clinico e promuovere sensibilità estetica; l’antropologia, che esplora i significati simbolici attribuiti a corpo e malattia. Psicologia, sociologia, comunicazione e diritto sanitario completano il quadro offrendo strumenti per comprendere le dinamiche personali e sociali che influenzano il percorso di cura.

Le Scienze Umane incrementano la competenza narrativa e le competenze comunicative di curanti e pazienti; favoriscono lo sviluppo della riflessione etica e del pensiero critico; favoriscono la competenza culturale e possono rivestire il ruolo di mediatori e ‘traslitteratori’ di linguaggi, così da mettere in connessione ambiti e visioni del mondo, del corpo, della salute, della malattia, delle politiche sanitarie molto differenti tra loro. Possono insegnare a riflettere sulle possibilità di condivisione delle metafore che sono strumenti espressivi propri di ciascuna disciplina, ma anche del linguaggio dei pazienti; possono aprire un dibattito sul concetto di ‘confine’ disciplinare e sull’utilità di percorrere quelle terre di nessuno che sono gli ambiti di adiacenza di discipline interessate a discutere la complessità della dimensione salute sfruttando metodologie diverse; forse anche aiutare a riflettere su dove effettivamente giacciano quei confini, se la loro percezione sia condivisa, se sia effettivamente utile tentare di superarli o non sia meglio, piuttosto, iniziare a condividere il pensiero che malattia e salute sono frutto di “pratiche di costruzione, rottura e superamento dei confini”.

Lo sguardo interdisciplinare delle Scienze Umane in medicina aiuta a vedere con occhi nuovi problemi vecchi, a individuare nuove criticità e a leggerle in una chiave che può contribuire con utilità alla costruzione di quello che tradizionalmente si chiama ‘rapporto curante-paziente’ e che forse va ipotizzato di nuovo nei termini di uno scambio fluido e bidirezionale di competenze e vissuti diversi.

Il Presidente
Valentina Gazzaniga

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